Desiderio di metafisica copia
DESIDERIO DI METAFISICA
Salvatore Bucolo

PRESENTAZIONE
L’autore di questa raccolta di poesia, dr. Salvatore Bucolo, è il sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea in provincia di Messina, ove il 26 agosto 2012 partecipai alle solenni funzioni in onore di Santa Maria delle Grazie, Patrona della città. Mi commosse il fervore della popolazione, che esplose la sera con la processione della settecentesca statua lignea della Madonna e le lodi finali alla vergine. Ammirai anche la bellezza di quei luoghi, la serie ondulata dei colli, il verde variegato degli agrumeti e oliveti disposti in ordine perfetto; fui accompagnato fino al Santuario della Madonna nera del Tindari, arroccato in alto sul mare in una visione quasi irreale, e visitai altri posti stupendi. Il dott. Bucolo, che mi fu spesso accanto, non mi parlò della sua vocazione di poeta, che ho scoperto soltanto ora. Vado certamente oltre le mie capacità, scrivendo la presentazione delle sue poesie, come mi ha chiesto. Ma debbo subito dire che ho ritrovato in esse lo splendore, il profumo e la bellezza di quei luoghi, il linguaggio delle pietre antiche e degli scorci marini, la ricchezza di chiese e monumenti storici, la luminosità del cielo, la tavolozza dei colori, l’atmosfera umana e la sincerità del popolo, che tanto mi colpirono in quei giorni.
Mi pare di poter dire che in queste poesie rivivono l’incanto, le profondità, le contraddizioni, le passioni dell’anima siciliana. Anzitutto l’Autore è preso dalla sua terra: “Guardo il cullare delle onde tra gli scogli / e mi sento prigioniero d’una triste favola / che sa d’eterno” (Rinella). “Su discesi prati / macchie di sangue e / baci di verde / oppiano l’animo / d’eterno fango; / tutto sotto con la tavolozza dell’artista / sotto il gioco della luce. / Mari, monti, campi, / illuminati di sole / e incorniciati d’azzurro… / Avvolti in sonore membrane / trasparenti oculi fissano / menando l’io al delirio” (Riflessi). “Lampioni consunti dalle intemperie / e fulminati dall’usura dell’intramontabile tempo / testimoniano gli episodi della conca scassata… / Vecchi balconi dalle ringhiere in ferro battuto […] / Antichi tetti coperti da rosse tegole / e adornati da verde miseria / coprono le sfacciate zucche ingiallite… / Lineari portoni di legno marcio / custodiscono il fragile tradimento… “ (Baglio). “Mazzarrà, mio cielo immenso” (Solitudine). “Il silenzio fa da cornice / alla mia ridente Mazzarrà / ormai vuota e desolata / ma ansimante di novità” (έλπίς). E la vita si intreccia con la morte: “Otto colpi di campana accompagnano il lungo corteo…” (Viaggio d’una mite). “Silenzio, tanto silenzio / da fare paura” (Acque isolane).
Il poeta non rimane in superficie, anche se attratto da tanta bellezza magica e da tanti enigmi. Va al di là, va nel profondo. La sua Sicilia è anche un richiamo continuo alle realtà profonde del sentimento, della preghiera, della fede, della vita e della morte, e in esse le vestigia remote del passato parlano al tempo presente. Tale richiamo si traduce in solidi e commossi accenti mariani, che come massi erratici percorrono la raccolta (Tindari; Eternità beata: “Mi consoli la Tua Madre Maria / nel quotidiano soffrire”; È sera a Milazzo: “Le candele devote adornano / negra e miracolosa Madonna / che silente ma attenta ascolti il gemito sofferente”). Nè manca un robusto e enigmatico accenno al “grande polacco […], Wojtyla miracolo del palazzo” (Asseviario). Il richiamo giunge da un passato antico e smemorato, che parla di un Dio tuttora sentito lontano: “Agitato il mare non riposa / grida il nero oceano / accanto alle barche […] Freddo da rompere le ossa / e fumo, molto fumo dai camini / come incenso sale / verso il lontano Dio / tempeste all’uomo sovente invia (Inverno). Ma nasce dalle indimenticate radici della religiosità popolare: “Anima mia non vagare lontana dal corpo / spirito ribelle calmati […] / Un venticello solenne tira ed / un canto dalla chiesa madre odo / profumo di gelsomino, di viole e di rose” (Penare). E poco per volta diventa un grido appassionato dell’anima verso Colui che è vicino a noi, alle nostre case: “Custodisci, ti prego custodisci / nel sacro Tabernacolo / l’indulgente avvinto” (Perla del Mediterraneo); verso Colui che solo può aprire le sue braccia al perdono e alla misericordia: “Alla Tua cattedra capisco / che il valore della vita è assoluto / e che l’uomo senza di Te è solo. / Nella Tua tenda comprendo / quanto può essere pericoloso / il creato senza il Tuo Dio. / La Tua immagine, oh Cristo, sopra ogni cosa / la Tua volontà, oh Salvatore, sopra ogni principio / il Tuo Spirito, oh Dio, in ogni vivente” (Eternità beata). E la stupenda preghiera Mio Cristo e Mio Dio, che raggiunge vertici di intensa commozione “È notte e nel mio cuore è buio / mi abbraccio a Te, mio Signore / mio unico e solo Dio / Stretto alle Tue gambe piango / ed ancorato al Tuo Santo nome / imploro ancora una volta il Tuo amore. / Amore di figlio smarrito / ma desideroso del Tuo bene / amore di peccatore infame / ma ansimante del Tuo perdono. / Dal Tuo chino capo un sorriso / m’accoglie e mi consola…”.
La raccolta era cominciata ricordando “equilibri cosmici” (Salina), e aveva parlato di una “materia di prodigi che si solleva e disperde in favolose lontananze” (Desiderio di metafisica). Penso di non andare errato se, dopo aver ammirato l’asciutta e petrosa ispirazione che anima queste poesie, vedo in questa sincera, radicata pietà religiosa, quel “Desiderio di metafisica”, che il Poeta porta in cuore con virile nostalgia, e che dà il nome alla sua bella raccolta. Giovanni Cardinale Coppa
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